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POLITICA
25 giugno 2016
BREXIT: fine dell'UE o inizio di un sano ripensamento?
                     
Il triste esito del referendum sulla BREXIT mi ha confermato una sensazione che da anni avverto a pelle: L'Unione Europea nata da nobilissimi principi ispiratori, anziché come garante dell'affermazione dei diritti e baluardo per le libertà fondamentali richiamati dai suoi trattati istitutivi, viene percepita dalla gente come un apparato distante ed astruso (del resto l’organizzazione amministrativa dell’Unione non è mai stata molto felice) capace solo di elargire laute indennità e privilegi al solito esercito di politici e burocrati e completamente scollegato e distante dalla vita reale dei cittadini oltre che incapace di fronteggiare e/o risolvere qualsiasi tipologia di problema, dalla difesa comune al dramma dei migranti.

All'inizio, tuttavia, non è stato così almeno qui da noi: Ricordo che 20 anni fa vi era un grande entusiasmo collettivo anche a tratti infantile (rammento come in qualsiasi tipo di manifestazione universitaria, politica, culturale, sportiva campeggiasse orgogliosamente la bandiera blu con le stelle dell'Unione e l'uso dell'aggettivo europeo non veniva mai lesinato) che ha man mano ceduto il passo, soprattutto dopo l'unione monetaria, ad un atteggiamento di delusione verso una Istituzione vista sempre di più (non sempre a ragione) come una fonte di regole, precetti e cavilli tesi ad appesantire ulteriormente una quotidianità già complicata dalla burocrazia nazionale.

Forse bisognava attuare dapprima una credibile Unione politica (anche mediante una più consistente cessione di quote di sovranità da parte degli Stati nazionali a quei tempi possibilissima) e successivamente l’unione monetaria predisponendo accanto ai freddi vincoli (pur necessari) di natura finanziaria (rapporto debito/Pil 60% - rapporto deficit/Pil 3% - inflazione non oltre il 2%) percettibili parametri di natura sociale (livello dei servizi sanitari e del welfare, livello di trasparenza nelle p.a., condizione carceraria, libertà civili ed economiche etc.) in modo da rendere più coese e solidali popolazioni, così differenti per storia, cultura e formazione, in nome di un comune ideale di libertà, giustizia sociale, pace e all'insegna dell'affermazione palpabile dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali di cui al trattato di Maastricht del 1992.

Confesso che ieri mattina ho avuto un pessimo risveglio(anche perché mi ero addormentato con gli opinion poll che davano il “Remain” vincente); per ogni liberale la Gran Bretagna rappresenta un modello da emulare e la sua uscita dalla UE suona come una disfatta; Londra, di fatto, non è distante dall'Italia essendo la tredicesima città italiana con circa 250 mila connazionali.

Se non vi sarà un serio ripensamento il fallimento della UE comporterà la rinascita dei localismi e dei particolarismi nazionali (e in Italia sappiamo di che erba si tratta).

Se, sciaguratamente, ciò dovesse accadere, l'affossamento di un ideale così grandioso e nobile sarà da imputare a pari merito ai vari populismi nonché ai miopi ed avidi euro-burocrati.



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POLITICA
20 giugno 2016
Preghiera liberale
                    
… non voglio un padrone, ma un Primo Ministro autenticamente democratico e liberale ...
… non voglio Vassalli, Valvassori e Valvassini ...
… non voglio cricche e consorterie varie ...
… vorrei una Costituzione le cui regole fossero scritte e condivise da tutti, maggioranza e opposizione ...
… vorrei un Governo autorevole che durasse 5 anni e, al tempo stesso, una opposizione altrettanto autorevole, efficace e vigile ...
… vorrei una legge seria sul conflitto di interessi ...
… vorrei una legge seria sull'assegnazione obiettiva, meritocratica e trasparente degli appalti e incarichi pubblici al di fuori di ogni logica familistica, clientelare e di appartenenza ...
… vorrei una RAI indipendente e pluralista non succube della maggioranza di Governo ...
… vorrei giuristi preparati e indipendenti che si contrapponessero al potere e non “giuristivendoli” ...
… vorrei giornalisti indipendenti alla Montanelli e non "pennivendoli" …
… vorrei medici e non mercenari ...
… vorrei più libertà economiche ...
… vorrei cittadini liberi e indipendenti e non sudditi questuanti e servili …


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POLITICA
23 aprile 2016
Contro una maggioranza (minoranza nel Paese) “pigliatutto”: Le ragioni di un NO al referendum costituzionale di ottobre
                             
E’ da diversi decenni che la necessità di riformare la Costituzione repubblicana del ’48, al fine di assicurare una maggiore governabilità e stabilità degli Esecutivi, ha fatto ingresso nel dibattito politico allo scopo di porre rimedio alle continue crisi e cadute di Governo oltre al ripetuto ed estenuante ricorso ad elezioni anticipate.

Il varo della riforma, sottoposta al referendum costituzionale fissato per il prossimo ottobre, grazie al superamento del bicameralismo perfetto e al meccanismo della legge elettorale con premio di maggioranza e sbarramento, assicura, in effetti, una maggiore governabilità, tuttavia, lo fa nel peggiore dei modi poiché a tale condivisibile obiettivo sacrifica, pericolosamente, la fondamentale esigenza di rappresentatività di tutto il corpo elettorale (o, quantomeno, di gran parte di esso) nelle Istituzioni, negli Organi di garanzia e di controllo democratico.

Alla luce della riforma approvata -con un Senato depotenziato di “nominati” (95 dei 100 previsti vengono eletti dalle Regioni) e con una Camera dei deputati (presumibile espressione di una minoranza del 25% del corpo elettorale) che praticamente farà quasi tutto (dalla votazione della fiducia al Governo al varo delle leggi)- il Presidente della Repubblica, il Presidenti della Camere, i Giudici costituzionali di nomina parlamentare, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri delle Autorità indipendenti, i consiglieri di Amministrazione della RAI saranno espressione della sola maggioranza di Governo e le opposizioni, pertanto, verranno tagliate fuori e, di fatto, rese inerti.

Autorevoli giuristi, a proposito, (Cfr. Zagrebelsky, Rodotà, Pace, Ferrara, Gallo, Villone, Besostri, Azzariti, Grandi, Carlassare, Ainis etc.) hanno opportunamente paventato il rischio concreto di un “governo padrone del sistema costituzionale”, di una “dittatura della maggioranza”, di un “governo degli oligarchi”, di “strapotere del partito unico”.

Dunque, il partito o coalizione uscito vincitore dalla tornata elettorale (quasi certamente, vi invito seriamente a riflettere, una minoranza nel Paese reale) si troverà, di fatto, nella condizione di poter nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e alla vigilanza sull’operato del Governo stesso con una inaccettabile nonché pericolosa confusione e commistione di controllati e controllori e con conseguenze nefaste che ben potete immaginare.

Ribadisco, se da una parte è sacrosanto che chi vince le elezioni nomini indisturbato Ministri, Sottosegretari e Organi periferici di governo e approvi speditamente le leggi ordinarie potendo in tal modo governare agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte, è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le elezioni, ma anche le opposizioni.

Ciò risponde al disegno dei Costituenti che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione di entrambe i rami del Parlamento esclusivamente con sistema proporzionale (un legge elettorale con premio di maggioranza era impensabile a quei tempi, basti ricordare il dibattito e l’epilogo della legge Scelba “c.d. legge truffa” del 1953 che tentò di introdurre il premio di maggioranza).

A maggior ragione, pertanto, la preoccupazione dei Padri costituenti è, oggi, ancora più attuale visto che il sistema proporzionale è stato superato da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di maggioranza, per l’appunto, inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.

Se non si tiene conto di ciò si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le democrazie avanzate, con una inaccettabile deriva “peronista”.

Del resto le esigenze di governabilità e stabilità dei Governi possono essere degnamente contemperate con quelle di rappresentatività.

Personalmente (vi sono ovviamente ipotesi di studio più autorevoli), avrei visto bene un Senato (delle Regioni e delle Garanzie) di 200 membri di cui 5 nominati dal Presidente della Repubblica e 195 eletti esclusivamente e rigorosamente con sistema proporzionale su base regionale (in modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le espressioni politiche del Paese).

Un Senato composto in tal modo, proprio perché eletto con un sistema rigorosamente proporzionale, avrebbe ben potuto esercitare potestà legislativa esclusiva sulle leggi di rango costituzionale, approvate comunque a maggioranza qualificata (la potestà esclusiva sulle leggi ordinarie, invece, sarebbe potuta così spettare alla Camera dei deputati, eletta col sistema proporzionale corretto dal premio di maggioranza e sbarramento, proprio per venire incontro a detta esigenza di governabilità).

Sempre un tale Senato, così eletto, avrebbe, sempre ragionando per ipotesi, potuto esprimere parere obbligatorio ma non vincolante su tutte le leggi ordinarie approvande dalla Camera ed esercitare, altresì, un autorevole controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.

Un Senato, rappresentativo di tutto il corpo elettorale, avrebbe, inoltre, potuto eleggere (sempre con ampi quorum) il Presidente della Repubblica, i Giudici della Corte Costituzionale, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, i membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), i membri delle Autorità indipendenti (Consob, Garante Privacy, Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, Ivass etc.), i consiglieri di Amministrazione della RAI, il Governatore della Banca d’Italia.

In tal modo tutti gli Organi Istituzionali, di garanzia e di controllo sarebbero stati espressione di tutto il Paese, maggioranza e opposizione.

Ritengo che solo in tal modo, o con meccanismi similari, l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato e voluto dai saggi Costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.

La Costituzione Repubblicana è sacra e irripetibile, poiché è il frutto oltre che della mente di eccelsi giuristi, anche, e soprattutto, di sofferenze e privazioni della libertà personale oggi, fortunatamente, impensabili, e ciò sia per tutti serio motivo di riflessione, sempre.
POLITICA
30 gennaio 2016
RIVOLUZIONE LIBERALE O M...
                   

Sebbene l’Italia non può vantare una tradizione liberale solida e di massa gli italiani, inconsciamente, dimostrano nei fatti di prediligere i sistemi liberali tutte le volte che, profondamente sfiduciati e nauseati, spingono i propri figli ad inseguire occasioni di lavoro e studio a Londra (tredicesima città italiana, vi sono circa 250 mila italiani) ove questi ultimi trovano meritocrazia e opportunità da noi sconosciute.

Ho una “quasi” certezza: O si fa una rivoluzione liberale radicale o si chiude per desertificazione economica (complice, ovviamente, a suo tempo, la sciagurata globalizzazione selvaggia dell'economia che ha annichilito interi distretti industriali e un debito pubblico debordante fuori controllo).

Storicamente va dato atto a Marco Pannella, Emma Bonino e ai radicali di aver accumulato nel corso dei decenni il “know how” (purtroppo, non i voti necessari) per porre in essere una salutare rivoluzione liberale e non solo in tema di libertà civili, ma soprattutto di libertà economiche.

Nel 1994 Silvio Berlusconi, che tanto aveva blaterato e incantato gli elettori sul punto, non ebbe l’ardire e la lungimiranza di cogliere l’apertura di credito di Pannella.

Nel 2011 la speranza venne riposta in Mario Monti, bocconiano già Commissario europeo per la concorrenza, il quale, sapientemente, di riforme liberali scriveva negli articoli di fondo del Corriere della Sera, ma una volta autorevolmente nella stanza dei bottoni, non sapeva, o più probabilmente non aveva il coraggio e la fermezza di tradurre le proprie convinzioni in azioni concrete di governo.

Nel 2013 va reso merito al movimento Fare per fermare il declino; tuttavia, lo scarno risultato elettorale, favorito anche da qualche stravaganza, arenavano un progetto serio e tutt'ora valido.

Urge una radicale opera di liberalizzazione a 360 gradi (interventi in tal senso tiepidi e limitati solo ad alcuni settori sono inutili, fuorvianti se non controproducenti) dei servizi, delle professioni (già Einaudi auspicava l’eliminazione della obbligatorietà della iscrizione agli ordini ai fini dell’esercizio professionale), dei mestieri, delle licenze e del commercio e, sostanzialmente, lo smantellamento di qualsiasi forma di coorporativismo.

L’economia italiana può ripartire solo con un massivo rilancio del lavoro autonomo.

Per far ciò occorre che il sistema nelle sue varie sfaccettature venga rimodulato a sostegno ed incentivo delle partite IVA (soprattutto quelle piccole): dagli ammortizzatori sociali al welfare, dalla previdenza (in senso contrario, irragionevolmente, circostanza ancora più grave vista la pesante crisi economica sotto gli occhi di tutti, assistiamo all’assurda aberrazione che per rimettere in ordine i conti dell’Inps e delle casse professionali si obbligano centinaia di migliaia di professionisti, giovani e non, a versare esosi contributi minimi annuali indipendentemente dall’effettivo reddito prodotto) al sistema bancario e creditizio (dai fidi bancari ai mutui per l’acquisto della casa) al fisco.

Su quest’ultimo punto sarebbe auspicabile puntare su di un rapporto collaborativo e leale fra fisco e partite IVA attraverso il potenziamento dei regimi fiscali agevolati e semplificati: Si potrebbe pensare all’introduzione (sarebbe un efficacissimo pungolo all’apertura di piccole posizioni di lavoro autonomo) di innovativi meccanismi di definizione e assolvimento anticipato dell’obbligazione tributaria (tax ruling) almeno, inizialmente, per le partite IVA con un giro di affari non superiore ai 30 mila Euro.

Altrimenti, ragionevolmente e senza intenti polemici nei confronti di chicchessia, mi domando quale futuro può avere un Paese dove ancora nel settembre dello scorso anno a Padova (e dico Padova) per un posto da infermiere a tempo indeterminato presso la locale Azienda ospedaliera si sono presentati in 5045, mentre i giovani 20/30 enni e le loro famiglie messi di fronte alla prospettiva (che negli anni 60/70 era fortemente allettante) di aprire una posizione IVA e rischiare in proprio quasi scappano come se avessero di fronte Ebola.

Andrebbe liberalizzato anche il sistema scolastico ed universitario obsoleto e con i suoi eterni e spesso inutili percorsi formativi che rimandano sine die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado, sulle aspettative mortificate (personalmente sono per l’abolizione del valore legale dei titoli di studio tout court) di trovare dignitose opportunità di lavoro.

In materia di creazione di nuovi posti di lavoro sarebbe un toccasana, sulla scorta del modello londinese, la massima flessibilità contrattuale in entrata e in uscita (ovviamente dietro il rigoroso rispetto della retribuzione oraria minima), ma per fare una cosa del genere occorrerebbe necessariamente mettere sull’altro piatto della bilancia tre cose: un reddito minimo di cittadinanza per i senza lavoro in attesa di essere formati e ricollocati; la piena gratuità ed accessibilità ad un servizio sanitario nazionale efficiente e all'avanguardia; prestazioni di assistenza e previdenza minima garantita a tutti.

Andrebbero seriamente ripensati e riqualificati in senso manageriale i Centri per l’impiego che dovrebbero assicurare, in modo capillare, l'effettivo incontro fra domanda e offerta di lavoro e a svolgere una funzione di “coaching” per i disoccupati da reinserire nel mondo del lavoro e, all’evenienza, da formare nuovamente.

Infine, una misura inclusiva, ossia, la eliminazione di ogni forma di discriminazione (dal punto di vista legislativo, contributivo, previdenziale e anche culturale) a danno dei lavoratori “over” (l’attuale rigidità, fra l'altro, non è in linea con l'evoluzione demografica caratterizzata dall'allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva).

Segnalo sul punto che nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Scozia) già dal 1 ottobre 2006 è in vigore una normativa (Employment Equality “Age” Regulations) che vieta qualsiasi forma di discriminazione basata puramente e semplicemente sull'età anagrafica dei lavoratori e ciò, intelligentemente, fa si che a Londra un over 50 possa tranquillamente spendersi sul mercato del lavoro.

Ovviamente, una seria legge sui conflitti di interesse e una sulla trasparenza nell'assegnazione degli appalti e incarichi pubblici e, soprattutto, il circolo virtuoso dell'economia dovrebbero fare il resto.

O rivoluzione liberale o si chiude ... ogni altra via o ricetta -malgrado le varie esperienze di governo che si sono succedute dal 1994 in poi a suon di rassicuranti, ma davvero poco dignitosi, strombazzamenti da parte di giornali e televisioni compiacenti- è inutilmente dilatoria ... ne prendano atto i sindacati, chi sta al Governo e chi si accinge a governare nel futuro prossimo venturo.

Se tale percorso non verrà intrapreso da un leader politico (who's who), temo che saranno tragiche cause di forza maggiore ad imporlo.. intanto continuiamo a buttare alle ortiche anni preziosi accumulando “gap” enormi in tutti i campi nei confronti dei sistemi più avanzati e moderni con cui un Paese come il nostro dovrebbe degnamente competere.

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POLITICA
19 dicembre 2015
Perché in Italia manca un significativo movimento liberale?
                    

Sovente mi chiedo perché in Italia manca un movimento “autenticamente” liberale con uno zoccolo elettorale significativo intorno al 10 - 15% e provo a darmi delle risposte da solo.

Premetto che mi autodefinisco liberale di formazione socialista e credo fermamente nella funzione pubblica e imprescindibile dello Stato in tema di garanzia dei diritti fondamentali dell’individuo, dall’istruzione pubblica, ad un Servizio Sanitario Nazionale all’avanguardia, gratuito e accessibile a tutti, alla assistenza e previdenza (non ai privilegi) pubblica.

Tale premessa in quanto spesso, parlando con la gente, riscontro che molti (lo pensavo anche io una ventina di anni fa) ritengono che i c.d. "liberali" (e molto spesso alcuni idioti che si professano tali danno ad intendere ciò) mirino sostanzialmente a tutelare esclusivamente gli interessi delle classi abbienti, del capitale e della finanza; a tale obiezione rispondo chiedendo loro come mai, nei fatti, preferiscono mandare i loro figli a cercare opportunità e un futuro in Inghilterra (Paese liberale per eccellenza) non riponendo fiducia in questa Italia democratica, invero così poco liberale, retta da partiti e sindacati che richiamano di continuo i valori del socialismo e della dottrina sociale della Chiesa?

Nella realtà, un sistema “autenticamente” liberale votato alla libera concorrenza, alla trasparenza, al mercato, alla efficienza e meritocrazia garantisce tutti i cittadini ma, soprattutto, garantisce proprio le classi sociali meno abbienti perché offre loro, e ai loro figli, un "ascensore sociale" distribuendo le opportunità secondo criteri obiettivi e meritocratici e non lasciandole esclusivo appannaggio di consorterie e cricche di vario genere.

Vi sono poi altre ragioni per cui in Italia non si riesce a creare un nocciolo liberale duro e puro: Il termine liberale è, non di rado, usato e abusato da chi tutto è (demagoghi, politici accattoni, peronisti, farabolani, magliari, pennivendoli, professori e opinionisti malati di presenzialismo e “convegnite” interessati solo a partecipare ai talk televisivi per nutrire il loro stupido ego) fuorché liberale; è capitato che alcuni di loro sono entrati in Parlamento da liberali e ne sono usciti da “dorotei” … in sintesi queste le ragioni di uno sciagurato fallimento.



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POLITICA
28 settembre 2014
Mettiamo in "gabbia" il debito pubblico
                                     

Chissà cosa direbbe oggi, con un debito pubblico a circa 2170 miliardi, l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato che nell’estate del 92, con un debito pari a soli (si fa per dire) 850 miliardi di euro, nell’approntare una pesantissima manovra finanziaria, da 30 mila miliardi di lire, esclamò  “Un prodotto difficile da digerire, ma assolutamente necessario per un Paese che si trova sull’orlo del precipizio”.

Ventidue anni fa la situazione del debito pubblico italiano, pur grave, era ancora reversibile: Sarebbe bastato un serio atto di responsabilità bipartizan mediante la predisposizione di un piano pluriennale vincolante di risanamento   -anticipando, a quel tempo, gli interventi correttivi e le manovre finanziarie spalmate tardivamente e, dunque, inutilmente nel corso di questi decenni-   sulla cui attuazione avrebbero dovuto concorrere a vigilare, responsabilmente, tutti nessuno escluso.

Oggi discuteremmo di un debito pubblico in linea con quello dei Paesi europei virtuosi.

L’argomento, vedrete, nel corso dei prossimi mesi soppianterà ogni altra discussione, dalla riforma del Senato a quella dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori.

Arrivati ormai, per usare le parole di Giuliano Amato, sull’”orlo del precipizio” vengono prospettate, da più parti, svariate soluzioni: Ristrutturazione del debito, creazione di fondi garantiti dal patrimonio pubblico, patrimoniale, prelievo forzoso sugli stipendi e/o conti correnti, spending review e le “sempreverdi” privatizzazioni.

Su quest’ultima ipotesi osservo come dal 92 in poi hanno fruttato, ad oggi, circa 127 miliardi di euro: Se si mette in relazione questa cifra realizzata globalmente dalla vendita, totale o parziale, di importanti aziende di stato ai 1.254 miliardi di debito pubblico accumulato in 21 anni ci si rende conto di quanto questa strada sia scarsamente incisiva; se prendiamo in considerazione gli anni 1996/1998, ove vi sono stati i maggiori incassi, si può facilmente notare l’irrilevanza in termini di riduzione percentuale rispetto alla montagna del debito.

In effetti come ha detto qualche autorevole esponente del board della Bce non esistono soluzioni miracolose.

Tutto può concorrere a tentare almeno di risolvere il “problema dei problemi”, ma la logica (visionaria), che mi ha spinto a buttar giù questo post, mi suggerisce che l’unico modo per evitare il default sicuro con consequenziale uscita dall’Euro e ritorno ad una moneta nazionale pesantemente svalutata a danno di tutti i risparmiatori e che occorre “ingabbiare” forzosamente la crescita del debito pubblico tramite un meccanismo di contingentamento delle entrate fiscali.

Dalle entrate fiscali su base annua, che ammontano più o meno a 430 miliardi di euro, andrebbero pagate in prededuzione le spese irrinunciabili (assistenza, pensioni minime, ordine pubblico, servizio sanitario, interessi sul debito pregresso etc.); garantito, in tal modo, il funzionamento essenziale dello Stato con la rimanenza andrebbero, poi, coperte proporzionalmente e fino alla concorrenza tutte le altre voci di spesa a bilancio.

Intanto la crescita del debito si arresterebbe e si potrebbe pensare ad una graduale riduzione del monte capitale con tutte i mezzi dianzi detti e prospettati dagli addetti ai lavori.

Dare l’immagine all’estero di un Paese che non si indebita più e che intraprende, se pur dolorosamente, la via del risanamento vero porterebbe benefici enormi sia in termini di credibilità e fiducia  sia in termini concreti di investimenti.

Ovviamente ciò non basta: Il Paese che sconta una condizione pesante di disagio, soprattutto, a livello giovanile va “svecchiato” e liberalizzato.

C’è uno scoramento generale, manca nel Paese la voglia di intraprendere di mettersi in gioco di programmare il futuro.

A parte il cibo, i vini, la moda, il turismo e i servizi non si produce più nulla con un reale valore aggiunto.

C’è un capitalismo di relazione (Cfr. relazione Antitrust 2014 ), che mortifica il merito e danneggia ogni settore dell’economia, che va smantellato rapidamente con riforme radicali e non con proclami tanto autorevoli e altrettanto sterili e inutili.

E’ risaputo che la polmonite non si cura con l’aspirina.


politica interna
10 luglio 2014
Riforme: Rischio “pigliatutto” della maggioranza (minoranza nel Paese)
                                

Alla Camera dei deputati  (grazie alla legge elettorale col premio di maggioranza, alla riforma del Senato  e al superamento del bicameralismo perfetto)  il partito o la coalizione vincitrice alle elezioni  (solitamente, una netta minoranza del Paese reale)  avrebbe la maggioranza dei deputati  e, dunque, il potere di governare in tranquillità per cinque anni  approvando tutte le leggi ordinarie volute.

In tal modo verrebbe, giustamente, assicurata  una maggiore governabilità.

Tuttavia, proprio in virtù di tali modifiche sarebbe auspicabile (la mia ovviamente è una mera ipotesi di studio, ma vi sono altre soluzioni) un Senato (non più di 200 membri) eletto con sistema rigorosamente proporzionale su base regionale (in modo da dare adeguata rappresentanza e “diritto di tribuna” a tutte le minoranze del Paese).

Il Senato delle Regioni e delle Garanzie, così eletto, dovrebbe esprimere parere obbligatorio ma non vincolante su tutte le leggi ordinarie approvande e dovrebbe esercitare, altresì, un controllo preventivo di legittimità costituzionale sulle medesime.

Fra l’altro, proprio perché eletto con sistema rigorosamente proporzionale dovrebbe avere potestà legislativa esclusiva sulle leggi di rango costituzionale che dovrebbero essere approvate comunque a maggioranza qualificata.

Sempre al Senato dovrebbe spettare, altresì, l’elezione (sempre a maggioranza  qualificata) del Presidente della Repubblica, garante dell’unità nazionale, dei  Giudici della Corte Costituzionale, dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura di nomina parlamentare, dei membri onorari della Magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), dei membri delle Authority, dei consiglieri di amministrazione della RAI, del governatore della Banca d’Italia.

Verrebbe, in tal modo, scongiurato il rischio che la coalizione o il partito uscito vincitore dalla tornata elettorale (quasi certamente, ribadisco, una minoranza nel Paese reale) si trovi, di fatto, nella condizione di poter nominare oltre all’Esecutivo anche tutti gli Organi preposti al controllo e alla vigilanza sull’operato del Governo.

Infatti, se da una parte è sacrosanto che chi vince le elezioni nomini indisturbato Ministri, sottosegretari e organi periferici di governo potendo in tal modo governare agevolmente secondo il mandato ricevuto dal corpo elettorale, dall’altra parte, è fondamentale che le Istituzioni rappresentino non solo chi ha vinto le elezioni, ma anche le opposizioni.

Ciò risponde al disegno dei Costituenti  che, fra l’altro, avevano in mente l’elezione di entrambe i rami del Parlamento col sistema proporzionale; pertanto, una tale esigenza è, oggi, ancora più forte visto che il sistema proporzionale è stato superato da tempo da quello maggioritario e, per di più, sono previsti ampi premi di maggioranza inconcepibili ai tempi dell’Assemblea costituente.

Se non si fa così si scardina quel sistema di pesi e contrappesi, presente in tutte le democrazie avanzate, con una inaccettabile confusione e commistione fra controllati e controllori e con conseguenze nefaste sotto ogni aspetto.

Ritengo che solo in tal modo l’improcrastinabile domanda di governabilità può conciliarsi col disegno pensato e voluto dai saggi padri costituenti che concepirono una ampia rappresentatività del Paese reale nelle Istituzioni affinché tutti i cittadini, di ogni fede politica, si sentissero degnamente rappresentati e garantiti.


POLITICA
7 giugno 2014
Corruzione e appalti … domani è un altro giorno si vedrà ….
                               

Ci risiamo.

Prima EXPO 2015, ora MOSE, domani chissà.

Gli appalti pubblici ancora una volta si manifestano come il terreno di coltura prediletto della corruzione e del malaffare in questo Paese sempre più sciagurato.

Relegare il contrasto di tale fenomeno al solo codice penale è insufficiente come ampiamente dimostrato dal riemergere periodico di gravi scandali.

Alla corruzione vanno tagliate le gambe agendo sapientemente e diligentemente sui meccanismi che la generano.

E’ dal 2007 (ripostato nell’agosto 2010) che questo blog, pur con i modesti mezzi a disposizione e senza alcun tipo di finanziamento, ma per puro senso civico, ha inteso, sulla scorta della propria personale esperienza professionale in materia, promuovere  il criterio del sorteggio come rimedio efficace contro la corruzione dilagante nel settore appalti: Una volta individuata e deliberata l’opera pubblica da eseguire e determinatone il giusto prezzo grazie all’ausilio di esperti (eliminando, così, il meccanismo anomalo dei ribassi che compromette la serietà e la congruità dell’offerta stessa) l’appalto andrebbe assegnato unicamente mediante pubblico sorteggio nell’ambito di un elenco aperto e certificato di imprese interessate e con comprovate capacità tecniche per la perfetta esecuzione dell’opera.

Il tutto a patto che, ovviamente, il sorteggio sia realmente tale, e che gli elenchi di competenze accreditate e certificate siano effettivamente aperti a tutti gli operatori seri e capaci e non degradino a strumenti distorsivi della libera concorrenza o, peggio ancora, a cartelli clientelari.

Col criterio trasparente del sorteggio verrebbe inferto anche un duro colpo al clientelismo restituendo dignità agli imprenditori del settore costretti, dal sistema attuale di assegnazione, a cercare degli sponsor politici per poter lavorare.

Purtroppo, a parte qualche sparuto esperto del settore,  né un politico, né un giornalista, né un magistrato contabile ha ritenuto di dover raccogliere e rilanciare sul punto.

Recentissimamente tuttavia qualche amministratore (il Sindaco di Chieti), circostanza ovviamente ripresa dalla stampa abruzzese (“Appalti pubblici, Di Primio crea l'albo delle imprese per scegliere con sorteggio. L'Ance non ci sta”, “Gli appalti diventano un terno al Lotto”), ha ritenuto opportuno, in nome della trasparenza, introdurre tale criterio nell’assegnazione degli appalti locali.

Dieci anni fa mi presi del “visionario” (vedi forum a seguito della relativa nota su facebook), ma oggi, in una situazione di pre fallimento, i nodi al pettine arrivano tutti e, giocoforza, anche un tale meccanismo, semplice ed efficace, superficialmente sottovalutato dovrà essere preso in considerazione (basterebbe anche una sperimentazione annuale per verificarne l’efficacia).

Certo bisogna chiedersi fino a che punto i partiti sono disposti a togliere le mani dagli appalti pubblici ed a introdurre criteri di trasparenza rinunciando ad una cospicua fetta di potere clientelare?

Ma, allo stesso tempo, bisogna domandarsi fino a che punto arriva la loro irresponsabilità e miopia …

 

 


POLITICA
17 novembre 2013
La via obbligata dello sviluppo: Dall’Italia del posto pubblico all’Italia del lavoro autonomo

           

Ho la netta percezione che in tema di lavoro e di sviluppo economico vi sia una “disarmante impreparazione” dei Governi, dei partiti e dei sindacati dovuta sia ad incapacità, sia ai soliti particolarismi a cui, per ragioni legate alla ricerca del consenso elettorale, si sacrificano gli interessi generali del Paese.

In realtà, Governi, partiti e sindacati non fanno altro che parlare di lavoro e di sviluppo, ma è come se, dimenticato il “principio di causalità”, si fossero comodamente assuefatti all’idea che il lavoro e lo sviluppo economico si originano motu proprio e non grazie ad una sinergica, idonea e coraggiosa azione politica e sociale capace di determinarli.

Sono fermamente convinto che sono solo due le strade percorribili per generare lavoro e sviluppo economico vero.

La prima è forse la più ammiccante ma, al momento, la meno praticabile:

Attrarre massicci investimenti esteri nel nostro Paese.

In verità negli ultimi anni si è assistito al fenomeno opposto, ossia ad un significativo e allarmante disinvestimento le cui cause sono ben note a tutti: L’instabilità politica e finanziaria mista al malgoverno diffuso, una pubblica amministrazione inefficiente poco trasparente e asfissiante, un fisco miope e contorto, una corruzione dilagante, le infrastrutture obsolete, trasporti non all’altezza di un paese europeo, la criminalità organizzata, la giustizia civile lenta, e in genere una preoccupante perdita di credibilità e di immagine all’estero.

Dicevo poc’anzi che questa strada, per il momento, è poco praticabile in quanto occorre ragionevolmente almeno un quinquennio di buon governo per ottenere una significativa e tangibile inversione di tendenza.

La seconda strada, al contrario, è praticabile da subito e si basa sull’incentivo e la nascita di un nuovo esercito di partite IVA:

Per poter favorire tale nascita consistente occorrono tre fattori concomitanti:

Un cambio di mentalità della gente che deve prendere atto e abituarsi all’idea, poco allettante, che chi lavora con la partita IVA non può contare su uno stipendio mensile sicuro (cosa non di poco conto per generazioni cresciute col mito del posto fisso).

Proprio per questo motivo occorre che il sistema degli ammortizzatori sociali e del welfare in generale, il sistema bancario e creditizio (dai fidi bancari ai mutui per l’acquisto della casa) vengano ridisegnati e cuciti su misura, a sostegno e incentivo, delle piccole partite IVA e del lavoro autonomo in generale.

Il secondo fattore parte dalla necessità di un rapporto leale e collaborativo fra fisco e partite IVA attraverso regimi fiscali agevolati e semplificati e mediante l’introduzione di innovativi meccanismi di tassazione come il tax ruling già adottato in altri paesi.

Il terzo ed ultimo fattore consiste in una radicale liberalizzazione dei servizi, delle professioni, dei mestieri, delle licenze e del commercio e nello smantellamento di ogni forma di coorporativismo.

Chiunque dotato di buona volontà, spirito di iniziativa e capacità di rischio deve avere l’opportunità di mettersi in proprio confrontandosi unicamente con le proprie capacità ed il mercato, obbligato unicamente a rispettare le norme in materia fiscale (poche e chiare), quelle in materia di sicurezza del lavoro e salubrità dell’ambiente e infine le norme sulla responsabilità civile a tutela dei terzi.

Ricordo che qualche estate fa seduto davanti al bar un perito chimico, piccolo imprenditore che opera nel campo della termoidraulica, mi disse che negli anni 70 aveva rinunciato ad un posto da insegnante nella scuola pubblica per lavorare in proprio.

Mi chiedo in quanti lo farebbero oggi?

Ma di fatto questa è la “cartina di tornasole” del ritorno alla crescita e allo sviluppo economico reale: giovani che di fronte alla scelta fra il posto fisso (che fra l’altro non c’è più) e l’apertura della partita IVA optano per quest’ultima e non perché costretti dalle circostanze, bensì in quanto incoraggiati da un sistema di tutele e fiscale nonché bancario e creditizio attagliato a supportare e a promozionare questo tipo di scelta.

Facilmente intuibili sarebbero le ricadute positive sul gettito fiscale, sul deficit pubblico e sullo snellimento da un apparato pubblico elefantiaco non più sostenibile dal sistema produttivo e causa principale di un debito pubblico debordante.

Tutto ciò non dipende dal caso, ma, come detto dianzi, da un grosso cambio culturale e di mentalità (che passa anche per un ridimensionamento collettivo) e da una presa di coscienza di tutti gli italiani di buona volontà che non si vogliono rassegnare all’idea di dover assistere impotenti ad una politica mediocre e meschina che porterà al declino tombale del Paese.


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POLITICA
7 dicembre 2012
CLASS ACTION contro malversazione e corruzione

Visti gli ultimi eventi pare che la legislatura sia ormai giunta al capolinea.

Si iniziano a delineare schieramenti e programmi in vista dell’appuntamento elettorale.

Il vento dell’antipolitica sembra essere stato placato e in tal senso il successo di partecipazione alle primarie è stato sbandierato come il riavvicinamento dei cittadini alla politica.

Il sospetto di chi scrive è che sistematicamente il coinvolgimento emotivo dei propri elettori -come è già accaduto nella contese elettorali del 94, 96, 2001, 2006, 2008- venga usato dalla classe politica per distogliere l’opinione pubblica da una necessità non più procrastinabile: Una seria riforma della politica, dei suoi meccanismi e dei suoi costi.

Se non si parte da quest’emergenza (che dovrebbe essere affrontata prima del voto), terminata la contrapposizione fra tifoserie elettorali ci ritroveremo lo stesso problema enormemente ingigantito.

Ma, purtroppo, la classe politica è più propensa a guardare all’interesse di bottega che a quello generale del Paese.

La politica ha assolutamente bisogno di acquistare autorevolezza fra la gente e ciò è possibile solo con massicce iniezioni di trasparenza e sobrietà:

Indennità, dignitose e non di più, proporzionate all’apporto effettivamente dato e ancorate a criteri meritocratici;

rigidi limiti temporali ai mandati parlamentari per evitare egoismi, accaparramenti di cariche, cartelli, familismi amorali e ogni sorta di settarismo;

introduzione nei partiti di reali e sostanziali criteri di democrazia e partecipazione interna a cui subordinare ogni riconoscimento e finanziamento pubblico;

permeabilità effettiva dei medesimi alla società civile che deve necessariamente trovare sbocco e rappresentanza diretta nelle Istituzioni poiché non è più accettabile che la parte produttiva dell’Italia resti fuori da queste ( le candidature, di ogni schieramento, dovrebbero essere espressione almeno al 50% della società civile che spesso non ha il tempo materiale di fare politica, ma che confrontandosi quotidianamente con problemi reali è in grado di tradurli in istanze politiche);

introduzione di una sorta di CLASS ACTION che legittimi le associazioni di cittadini, consumatori o contribuenti maggiormente rappresentative a livello locale e nazionale a esercitare di fatto, nei casi di corruzione o malversazione, una vigilanza sui loro eletti e sul loro operato anche tramite la proposizione di azioni di risarcimento danni innanzi ai Tribunali Civili.

Quest’ultimo punto è fondamentale visto l’insufficiente controllo operato dalla Corte dei Conti e preso atto della impossibilità di contrastare efficacemente la corruzione e la malversazione con il solo codice penale.

La sopravvivenza del sistema Italia passa per la moralizzazione della spesa pubblica: Più si moralizza la spesa pubblica più si rende immorale l’evasione fiscale.

In vista della prossima contesa elettorale sarebbe bene che, ogni tanto, qualche cittadino, di qualunque idea e schieramento, ponesse delle domande in merito ai propri candidati.

 

POLITICA
5 novembre 2011
Cambiare i presupposti della (mala) politica se si vuol bene all’Italia!

                                                         

Sistematicamente accade che nei periodi di crisi economica e morale che attraversano un Paese l’opinione pubblica reclami con insistenza e forte indignazione il ricambio radicale dell’intera classe politica e di governo.

Questo tragico scorcio di fine 2011 non fa eccezione.

La crisi morale, economica e finanziaria che attanaglia il Paese, alimentata da un decadimento di costumi che oltrepassa ogni livello di umana decenza, non ha precedenti nella storia Repubblicana: Corruttele di ogni sorta, malaffare, malversazioni, commistione di affari privati con affari pubblici, trasformismi, particolarismi e personalismi vari uniti a vicende come la “mondezza” abbandonata per le strade e piazze di Napoli hanno fatto, complice la potenza mediatica, il giro del mondo con un danno di immagine incalcolabile.

Basta sentire quello che raccontano, con dovizia di particolari, i nostri connazionali che lavorano sparsi per il mondo per farsi un idea dello scherno di cui è oggetto il nostro Paese.

Anche i marchi industriali Italiani, famosi nel mondo, patiscono in modo deleterio questo calo impressionante di immagine e di prestigio.

L’ imputato principale di questo disastro annunciato è la politica, o meglio, questa (mala) politica.

Infatti, scollegata totalmente dai cittadini e dalla società civile, con rappresentanti, ad ogni livello, spesso impresentabili e arroccati su vergognosi privilegi, giocoforza, è poi incapace di leggere e interpretare i reali bisogni e le aspettative sociali per tramutarli in azione politica con il necessario pragmatismo richiesto.

Ci vorrebbe una iniezione massiccia di sobrietà per far riemergere l’aspetto nobile, direi quasi filosofico, della Politica.

Ma una tale forte istanza può scaturire solo dalla parte migliore e responsabile della società civile con il fondamentale apporto del mondo della cultura, del lavoro e dell’impresa: Ogni cittadino dovrebbe prender coscienza e iniziativa autonoma rispedendo al mittente la maglietta di tifoso che il politico di turno navigato e scaltro, per carrierismo, furbescamente gli cuce addosso in vista della contesa elettorale.

Sobrietà che, in soldoni, vorrebbe dire: Indennità (dignitose e non di più) proporzionate all’apporto effettivamente dato e ancorate a criteri meritocratici; rigidi limiti temporali ai mandati parlamentari per evitare egoismi, accaparramenti di cariche, cartelli, familismi amorali e ogni sorta di settarismo; introduzione nei partiti di reali e sostanziali criteri di democrazia e partecipazione interna a cui subordinare ogni riconoscimento e finanziamento pubblico; permeabilità effettiva dei medesimi alla società civile che deve necessariamente trovare sbocco e rappresentanza diretta nelle Istituzioni.

Senza tale cambio di presupposti chi ricambia chi?

I finti moralizzatori di turno con il loro entourage che criticano il Governo al solo al fine di prenderne il posto e accaparrarsene i privilegi?

Francamente, non se ne può più di cricche e consorterie politiche di vario colore che si alternano periodicamente fra di loro senza beneficio alcuno per la collettività.

Questo sistema politico losco, putrido e nauseabondo, corrotto dai privilegi e dal fiume di denaro pubblico che maneggia, se resta così come è travia nel giro di poco tempo anche il “San Francesco d’Assisi” di turno animato delle migliori intenzioni.

Mi domando se c’è ancora qualcuno in Italia che in cuor suo crede che gli attuali partiti possano auto emendarsi.

Allora … senza retorica … se davvero si vuol bene all’Italia … la società civile, gli intellettuali, i lavoratori, gli studenti, gli imprenditori, tutti insieme, si sveglino di sussulto e reclamino a gran voce sobrietà, sobrietà, sobrietà!




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LAVORO
31 gennaio 2011
Considerazioni sul mercato del lavoro

 

                                       

Un Paese bloccato, depresso e addormentato, incapace di reagire: E’ la descrizione ufficiale dell’Italia fatta dal Censis nel suo ultimo rapporto annuale che parla di 2,2 milioni di giovani i quali non studiano né cercano lavoro.
Secondo l’Istat, poi, il 55% dei giovani che un lavoro riesce a rimediarlo ( si tratta sovente, sempre secondo il Censis, di occupazioni senza valore aggiunto) lo trova grazie alle segnalazioni di parenti e amici mentre, la percentuale di ingressi nel mondo del lavoro tramite i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro è inferiore al 5% .
Questo il desolante quadro dell’ufficialità confermato dalla percezione empirica che è quella di un mercato del lavoro terribilmente pressoché fermo.
Ma come si spiega una crisi occupazionale giunta a livelli ormai insostenibili?
Impossibile elencare esaustivamente tutte le concause, ma queste mi paiono le più significative:

 

Pubbliche Amministrazioni che per ovvie ragioni di bilancio, legate ad un debito pubblico debordante, non fungono più da datori di lavoro come avveniva regolarmente e in modo massiccio fino agli anni 90;
 
la globalizzazione selvaggia dell’economia che porta i capitali a inseguire le condizioni più vantaggiose in ogni angolo del globo e che ha comportato massicce delocalizzazioni delle produzioni le quali hanno inflitto colpi durissimi ai distretti industriali nostrani con ripercussioni molto negative sui livelli occupazionali;
 
le mancate liberalizzazioni che ingessano e soffocano lo sviluppo economico;
 
la burocrazia asfissiante e la mancata semplificazione amministrativa e fiscale;
 
la giustizia civile lentissima che blocca risorse economiche ingenti togliendole dal circolo virtuoso dell’economia e scoraggiando gli investimenti esteri in Italia;
 
le annose piaghe della criminalità organizzata, dell’illegalità diffusa, della corruzione dilagante;
 
il sistema scolastico ed universitario obsoleto con i suoi eterni e spesso inutili percorsi formativi che rimandano sine die l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro speculando, non di rado, sulle loro aspettative mortificate.

 

 A ciò si aggiunge un altro dato allarmante: Il mondo del lavoro autonomo, che realisticamente, allo status quo, potrebbe costituire la leva economica più credibile, ha subito dal 2004 ad oggi (fonte Censis) pesanti perdite che si possono quantificare in 437 mila unità (lavoratori in proprio, artigiani, commercianti); fra l’altro da un recente rapporto (settembre 2010) di Confcommercio emerge come ancora la maggioranza dei giovani Italiani insegue l’idea del “posto fisso”; infatti, soltanto il 37,7% di loro sarebbe disposto a cimentarsi su di un lavoro autonomo assumendosi il rischio di impresa.

La scarsa diffusione della cultura del lavoro autonomo fra i giovani che in certe zone d’Italia è davvero endemica, costituisce un problema enorme; occorrerebbe favorire un vero e proprio cambio di mentalità (Cfr. “Il cambio di mentalità che il Paese stenta a fare” di Oscar Giannino su “Il Messaggero” del 25 ottobre 2010).

In un tale contesto si innesta la latitanza della politica che se non fosse completamente scollegata dalla realtà sociale dovrebbe scorgere proprio nel mondo delle partite iva (micro-imprese, piccole aziende, piccole attività professionali) una leva prontamente utilizzabile ai fini di una repentina ripresa economica.
 
Come?

 

Innanzitutto con una massiccia opera di liberalizzazione che dovrebbe riguardare tutti i settori nessuno escluso scegliendo, senza tentennamenti, di far prevalere finalmente gli interessi generali sugli interessi particolari (secondo la Banca d’Italia, una decisa politica di liberalizzazione nei settori meno esposti alla concorrenza potrebbe generare un aumento del PIL dell’11%; per l’ OCSE, le liberalizzazioni aumenterebbero la produttività in Italia di quasi il 14% nei prossimi dieci anni);
 
diffondendo la cultura del lavoro autonomo, estendendo ad esso, nelle fattispecie in cui il fattore umano prevale sul capitale, le tutele previste per il lavoro subordinato, favorendone l’effettivo accesso al credito e, soprattutto, riconoscendone l’imprescindibile funzione sociale;
 
introducendo nel nostro sistema fiscale, inizialmente almeno per le partite Iva con un piccolo giro di affari, il TAX RULING con le Agenzie delle Entrate in modo da stabilire in via anticipata l’ammontare della tassazione annuale di modo che il non facile rapporto fra contribuenti e fisco (condito da diffidenza reciproca, paura e mancanza di collaborazione) potrebbe essere anticipatamente risolto con benefici effetti per entrambi e come pungolo all’ intrapresa di nuove iniziative economiche.

 Vi sarebbero poi, a mio avviso, tanti altri accorgimenti a costo zero:

 

Il superamento di ogni discriminazione ( dal punto di vista culturale, legislativo, contributivo e previdenziale) gravante sui lavoratori in ragione della loro non più giovane età anagrafica (l’attuale rigidità non è in linea con l`evoluzione demografica dei Paesi occidentali, caratterizzata dall`allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva, e con l` esigenza di adattarsi alle nuove necessità che questa evoluzione genera). Questo punto, in particolare, insieme all’attuazione delle politiche di liberalizzazione nel lavoro rappresenta il necessario contrappeso alla sempre più stringente richiesta di flessibilità nel percorso lavorativo di ognuno.
 
il ripensamento dei Centri per l’impiego incapaci di garantire l’effettivo incontro fra domanda e offerta di lavoro ed il cui fallimento è testimoniato dai dati forniti dal Censis e sopra riportati; probabilmente un servizio così cruciale e delicato andrebbe esternalizzato e affidato a figure più professionali e motivate;
 
il favorire nel nostro Paese la mobilità interna dei lavoratori attraverso il reperimento e l’assegnazione di mini alloggi ad un canone di locazione agevolato proporzionato allo stipendio effettivo (attualmente a Milano uno stipendio medio di 1200 Euro copre a malapena l’affitto mensile per un monolocale);
 
spese di trasporto gratuite per i giovani disoccupati che si spostano per sostenere colloqui di lavoro in ogni parte d‘Italia;

Non sarà una rivoluzione copernicana , ma visto il quadro desolante che la politica (politica?) ci offre in questo scorcio di 2011 meglio che niente … da qualche parte bisogna pur fattivamente iniziare partendo da dati e analisi empiriche… il mondo intorno a noi corre… e le belle parole lasciano il tempo che trovano.

 


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POLITICA
16 agosto 2010
La politica sia sobria! (aderisci al gruppo facebook)

Chi è investito di responsabilità politiche dovrebbe essere onorato di servire il proprio Paese e i propri concittadini;
Egli, per questo, beneficia di onori e privilegi non comuni;
DOVREBBE RISPETTARE IL DENARO PUBBLICO PIU‘ DEL PROPRIO;
dovrebbe tenere una condotta ispirata a criteri di sobrietà come avviene nei Paesi civili.
L' autorevolezza di un politico risiede oltre che nelle sue personali capacità e competenze anche in una condotta impeccabile dal punto di vista dell' onestà.
LA POLITICA DOVREBBE ASSICURARE A CHI LA PRATICA UNA VITA DIGNITOSA E NON DI PIU’.
Per chi aspira nella propria vita a fare soldi (e lo Stato gli faccia i ponti d’oro) ci sono altre vie legittime e legali a disposizione: cimentarsi in libere iniziative imprenditoriali o professionali.
NEL NOSTRO PAESE, UNA VOLTA E PER TUTTE, SI DEVE AFFERMARE IL SACROSANTO PRINCIPIO CHE NON CI SI ARRICCHISCE FACENDO POLITICA.


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POLITICA
16 agosto 2010
Il sorteggio negli appalti pubblici come rimedio alla corruzione dilagante (aderisci al gruppo facebook)

TROPPO SPESSO IL SETTORE DEGLI APPALTI PUBBLICI FINISCE PER ESSERE IL BRODO DI COLTURA IN CUI COVANO, SI SVILUPPANO E SI RAMIFICANO GRAVI FATTI DI CORRUZIONE.
Relegare il contrasto di tale fenomeno al solo codice penale, anche mediante un inasprimento delle pene, non è sufficiente come si evince dal riemergere periodico, malgrado le numerose ed eclatanti inchieste giudiziarie, di vicende di corruttela.
OCCORRE TAGLIARE LE GAMBE ALLA CORRUZIONE agendo preventivamente sui meccanismi che la generano.
In generale, liberalizzando i gangli della Pubblica Amministrazione e limitando, in materia di appalti, il più possibile il potere discrezionale dei pubblici funzionari.
Nel particolare, oltre ad una riqualificazione e riduzione delle stazioni appaltanti occorrerebbe ASSEGNARE GLI APPALTI PUBBLICI UNICAMENTE MEDIANTE SORTEGGIO attraverso lo schema a titolo esemplificativo che segue:
A- INDIVIDUAZIONE E DELIBERA DELL’ OPERA DA ESEGUIRE da parte della Pubblica Amministrazione competente (ad esempio, la costruzione di una bretella autostradale) con determinazione del giusto prezzo individuato anche grazie all’ausilio di esperti provenienti da facoltà universitarie tecniche, dalla magistratura amministrativa e contabile e dalle associazioni dei consumatori.
B- Creazione di un ELENCO APERTO E CERTIFICATO delle imprese interessate a eseguire l’opera (per rimanere all’esempio di cui al punto A una bretella autostradale) e munite delle maestranze necessarie e con comprovate capacità tecniche per una perfetta esecuzione dell’opera oltre al possesso della certificazione antimafia e di regolarità contributiva (ovviamente l’elenco andrebbe predisposto mediante rigorosi e oggettivi percorsi di certificazione sotto lo stretto controllo delle facoltà universitarie tecniche, della magistratura amministrativa e contabile e dei rappresentanti delle associazioni dei consumatori).
C- Assegnazione dell’appalto mediante PUBBLICO SORTEGGIO dall’elenco di imprese di cui al punto B e alla presenza della Guardia di Finanza e dei rappresentanti delle associazioni dei consumatori.

LAVORO
16 agosto 2010
Stop! alle discriminazioni sul lavoro per motivi legati all'età anagrafica (aderisci al gruppo facebook)

Chi, non più giovanissimo, si trova nella condizione di dover cercare LAVORO trova molto spesso le porte chiuse.
Si tratta di una DISCRIMINAZIONE incivile legata all’età anagrafica.
Purtroppo, ACCADE che, quotidianamente, centinaia di migliaia di uomini e donne nostri concittadini alla disperata ricerca di un’occupazione subiscono, a causa della loro non più giovane età, mortificazioni alla loro dignità.
Sarebbe auspicabile che i giornali e la stampa in genere rifiutassero l’inserzione di offerte di lavoro con esplicito riferimento all’età anagrafica.
Il LEGISLATORE su tale problematica è disattento se non complice: Ad oggi, non risulta alcun disegno di legge depositato in Parlamento, mentre nel Regno Unito (Inghilterra, Galles e Scozia) già dal 1 ottobre 2006 è in vigore una normativa l‘ (Employment Equality “Age” Regulations) che vieta qualsiasi forma di discriminazione basata puramente e semplicemente sull` età.
Si è coniato anche un neologismo per indicare tali discriminazioni vietate: “Ageism”, termine che potrebbe tradursi con “anzianismo”.
Una tale normativa è in linea con l` attuale evoluzione demografica dei Paesi occidentali, caratterizzata dall` allungarsi della vita media, inclusa la vita produttiva, e dall` esigenza di adattarsi alle nuove necessità che questa evoluzione genera.
Si tratta di una profonda rivoluzione, anche culturale, in ambito lavorativo anglosassone; infatti ad ogni persona, giovane o anziana, viene per la prima volta attribuito il diritto, legalmente sanzionato, a non subire discriminazioni basate sulla rispettiva età anagrafica.
E' compito di uno Stato civile svolgere un’azione sociale per consentire ai cittadini (indipendentemente dal sesso, dalla razza, dalla lingua, dalla religione, dalle opinioni politiche, dalle condizioni personali e sociali, [e DALL‘ ETA‘ ANAGRAFICA] ) di lavorare, essendo il lavoro, da un lato, il mezzo per assicurare agli stessi sussistenza e benessere, dall’altro, una delle principali forme di estrinsecazione della personalità umana.
Un grazie ad Angela Goodwin (nella foto) per la sua meravigliosa sensibilità

POLITICA
16 agosto 2010
Condizione carceraria, pericolosità sociale e sistema sanzionatorio

Nel corso degli anni ho maturato la profonda convinzione che il livello di civiltà di un Paese si rispecchia nei suoi carceri. Era il 10 dicembre del 1985 quando Enzo Tortora all’atto di dimettersi da parlamentare europeo, rinunciando all’immunità parlamentare, scegliendo, così, la via del carcere denunciò il degrado dei nostri penitenziari esclamando “…e quali carceri, in Italia, sapeste colleghi…”.
Da allora è cambiato poco o nulla; abbiamo istituti di pena sovraffollati e disumani in cui andrebbe finalmente data concreta attuazione al dettato di cui al terzo comma dell’art. 27 della Costituzione.
Se, infatti, la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e se, soprattutto, deve perseguire fini rieducativi non si può prescindere dal fatto che lo Stato che ha inflitto quella giusta pena deve mostrare al condannato proprio nel momento in cui sta scontando la condanna, da una parte, il suo volto migliore, più probo e umano e, dall’altra parte, la massima determinazione e severità nel mettere al bando in quei luoghi di espiazione ogni forma di prevaricazione e violenza.
Anche l’ Unione Europea è latitante: Forse, accanto ai freddi parametri di natura finanziaria (rapporto deficit/pil) avrebbe dovuto imporre agli Stati membri anche dei parametri sociali ricomprendendo fra questi il livello di vivibilità degli stabilimenti di pena; l’ unione politica europea ne avrebbe tratto sicuro giovamento. Ritornando all’annoso problema del sovraffollamento va detto che prima di pensare a costruire nuovo penitenziari occorrerebbe agire sul concetto di pericolosità sociale.
Infatti, facilmente intuiamo che qualcosa davvero non funziona circa la formulazione (discrezionale) del giudizio di pericolosità sociale da parte del magistrato tutte le volte che, con cadenza periodica, detenuti in libertà commettono orrendi crimini (che tanto indignano l‘opinione pubblica) a danno di inermi cittadini, mentre, di contro, assistiamo a vicende kafkiane come quella che nel 2005 vide protagonista l’allora senatore Lino Jannuzzi che pluricondannato per diffamazione a mezzo stampa venne addirittura ritenuto socialmente pericoloso da un magistrato di sorveglianza ed evitò il carcere solo grazie al provvidenziale intervento del Presidente Ciampi che gli concesse la grazia.
Se si lavora bene e in modo serio e scientifico su tale concetto, rivisitandolo e rimodulandolo in modo obiettivo con il fondamentale contributo della psicologia e della criminologia, forse in un futuro prossimo potremmo riservare la detenzione in carcere soltanto ai soggetti realmente pericolosi per l’altrui incolumità fisica e patrimoniale, mentre agli altri condannati potremmo applicare gli arresti domiciliari e le altre misure alternative alla detenzione, peraltro, già previste dal nostro ordinamento.
Anche il sistema sanzionatorio, infine, appare, ancora oggi, troppo sbilanciato, sia per quel riguarda le misure cautelari sia per quel che riguarda le pene, verso la detenzione in carcere (anche nei casi in cui non sussiste alcuna pericolosità) e troppo poco verso le pene di natura pecuniaria che in molti casi costituirebbero un efficacissimo deterrente contro la criminalità economica.
In definitiva, pericolosità sociale, miglioramento della condizione carceraria e sistema sanzionatorio non sono argomenti disgiunti fra loro, al contrario, se opportunamente coordinati costituiscono la chiave per portare a livelli accettabili e dignitosi i nostri carceri.

POLITICA
16 agosto 2010
Appunti sparsi per uno Stato leggero e una Pubblica Amministrazione in bicicletta!

- Organizzazione dello Stato in senso federale.

- Federalismo fiscale (vedo, pago e voto / no taxation without representation ) con fondo nazionale di perequazione e solidarietà a garanzia dei servizi pubblici essenziali ( sanità, scuola dell’obbligo, ordine pubblico, amministrazione della giustizia … ).

- Delegificazione, semplificazione e chiarezza legislativa mediante raccolta delle leggi e regolamenti in Testi Unici.

- Razionalizzazione, informatizzazione e digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

- Accesso a Internet superveloce libero per tutti e alfabetizzazione informatica; posta elettronica certificata per tutti: Imprese, professionisti e semplici cittadini ( mediante l’ausilio dei CAAF ).

- Confluenza di tutte le Casse autonome di previdenza nell’ INPS.

- Abolizione delle Provincie e attuazione delle città metropolitane.

- Accorpamento dei Comuni più piccoli.

- Cospicua riduzione del numero dei Parlamentari e delle loro indennità:
Deputati eletti con il sistema uninominale.
Senatori eletti con il sistema proporzionale su base regionale.

- Superamento del bicameralismo perfetto:
La Camera dei deputati vota la fiducia al Governo e approva a maggioranza le leggi ordinarie.
Il Senato (delle regioni e delle garanzie) esprime parere obbligatorio, ma non vincolante sulle leggi ordinarie; vota e approva a maggioranza qualificata le leggi di rango costituzionale; elegge sempre a maggioranza qualificata il Presidente delle Repubblica garante dell‘unità d‘Italia, i giudici della Corte Costituzionale, i membri del CSM di nomina parlamentare, i membri onorari della magistratura (art. 106, comma 2, Cost.), i membri delle Authority, i consiglieri di amministrazione della RAI, il governatore della Banca d’Italia.


SOCIETA'
16 agosto 2010
Il Presidente e l'omofobia.

Nella storia, a volte, capita che grandi uomini compiano gesti di grande civiltà morale e giuridica; cosicché è successo che, nella giornata contro l’omofobia, per la prima volta, rappresentanti di concittadini omosessuali, che vedono reiteratamente, anche mediante violenze, mortificata la loro dignità di persone perbene e il loro diritto ad avere una vita affettiva degna, sono stati ricevuti con tutti gli onori al Quirinale.
In un’ Europa dove sul riconoscimento e la tutela dei diritti degli omosessuali c’è una quasi unanime convergenza che va da Zapatero a Sarkozy fino al cristiano-democratico Balkenende è giunta l’ora, anche qui da noi, che una legge regolamenti i diritti (casa, assistenza in caso di malattia, trattamento previdenziale e pensionistico etc…) delle persone stabilmente conviventi.
Nel 2007 una storica pronuncia della Prima sezione civile della Corte di Cassazione ( Sent. n. 16417 ) affermò un importante principio di diritto sostenendo che l’omosessualità va riconosciuta in quanto espressione del diritto alla realizzazione della personalità di ognuno.
I giudici di piazza Cavour vollero sottolineare che la libertà sessuale deve essere intesa anche come libertà di vivere senza condizionamenti e restrizioni delle proprie preferenze sessuali in quanto espressione del diritto alla realizzazione della propria personalità tutelato dall’art. 2 Cost.
In sintesi, la libertà sessuale (etero o omo) vista come estrinsecazione del diritto inviolabile e incomprimibile alla realizzazione e allo svolgimento della personalità di ogni individuo e, pertanto, degna di tutela costituzionale ai sensi dei principi fondamentali sanciti nella nostra Carta.
Tale contributo proveniente dalla Corte di Cassazione di Roma, cunabula iuris, che afferma un fondamentale principio di civiltà giuridica, ribadito dal Capo dello Stato, dimostra come a volte la giurisprudenza di un Paese, su temi importantissimi quali l’affermazione dei diritti civili, sia molto più all’avanguardia della sua legislazione.

ECONOMIA
15 agosto 2010
Giovani generazioni il vostro nemico si chiama debito pubblico!

Un “debito pubblico” al 120 % circa del Pil ( più del doppio rispetto alla media dei Paesi dell’ Unione Europea ) pari a qualcosa come 1.821,982 miliardi di Euro è il nemico più temibile per le nuove generazioni.
Si tratta di un' idrovora che, solo per spese per interessi, prosciuga risorse preziosissime sottraendole, alla scuola, alla ricerca scientifica, agli investimenti, alla creazione di un efficiente welfare state a supporto di un mercato del lavoro sempre più ineluttabilmente flessibile.
Ma quanti passi mancano al burrone?
Fino a che punto può crescere il nostro debito senza che rischiamo il default?
I governi di qualsiasi colore per senso di responsabilità verso le nuove generazioni debbono imboccare senza tentennamenti la strada del risanamento (risanamento vuol dire iniziare a ridurre il debito pubblico non soltanto il deficit).
Si può pensare a qualche soluzione ragionevole pur nella consapevolezza che si tratta di un problema di enorme complessità?
Intanto urge un’intesa bipartisan, per sottrarre la delicata materia alla stucchevole ed avvilente partigianeria politica, magari attraverso una commissione bicamerale ad hoc istituita che rediga un piano pluriennale vincolante di risanamento e vigili attentamente sull’attuazione dello stesso.
In previsione dell'attuazione del federalismo fiscale e di una riforma dello Stato in tal senso si potrebbe pensare di far gestire pro-quota ad ogni Regione, in rapporto alla popolazione e alla ricchezza pro-capite, la propria fetta di debito.
In tal modo si responsabilizzerebbero al massimo le classi dirigenti locali che vincolate ad un rigido piano di rientro dovrebbero adoperarsi per dare il meglio di sé e rendere il conto del proprio operato direttamente ai propri elettori. Per il momento rimaniamo nel campo delle buone intenzioni!
 


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permalink | inviato da italiavivibile il 15/8/2010 alle 20:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
15 agosto 2010
Ripensare la globalizzazione!

Crisi di interi distretti industriali, crisi finanziarie globali, minacce all’ambiente e al clima, minacce alla salute, messa in discussione dell’intero sistema delle tutele e dei diritti acquisiti dai lavoratori Italiani ed Europei attraverso secoli di lotte e rivendicazioni.
Sono i regali della globalizzazzione “selvaggia” dell’ economia pensata, voluta e tanto decantata agli inizi degli anni 90.
Fu la nascita nel 1995 dell’ Organizzazione mondiale del commercio a fare da volano al mercato globale finito, contro ogni previsione, fuori controllo.
Proprio l’adesione al WTO di Paesi emergenti (Cina, India e sud-est asiatico in genere) che non disdegnano pratiche di “concorrenza sleale”, quali la contraffazione di marchi e brevetti e il plagio di modelli e design industriale, e dotati di una inesauribile forza lavoro a bassissimo costo ha favorito imponenti processi di “delocalizzazione” delle produzioni industriali (sono circa 150 mila le imprese americane ed europee presenti nella sola Cina) in quei Paesi -incoraggiati dalla pressoché totale assenza di ogni più elementare tutela in materia, sociale, sindacale ed ambientale- con la consequenziale distruzione di milioni di posti di lavoro in Occidente.
Così, l’avvento del mercato globale che avrebbe dovuto portare posti di lavoro “supertecnologici” per i nostri giovani (non si comprende, fra l’altro, come in un sistema Italia dove la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica è da diversi anni a livelli indecorosi), al momento, ha ingenerato forti paure e ha portato ad una drammatica e drastica riduzione dell’offerta di lavoro nei distretti industriali e nel manifatturiero, a una precarizzazione dei rapporti di lavoro esistenti oltre al drammatico fenomeno del “dumping sociale”.
Il miracolo asiatico non solo industriale, ma anche tecnologico e scientifico (grazie alle ingenti risorse finanziarie che questi Paesi dal PIL che cresce al ritmo del 10% annuo investono in ricerca e innovazione) si regge anche sullo sfruttamento economico e fisico di milioni di lavoratori.
Come dobbiamo porci di fronte a queste economie rampanti che si sviluppano vorticosamente calpestando i più elementari diritti dei lavoratori e addirittura dei fanciulli?
E’ utopistico pensare ad una globalizzazione più equa che proceda di pari passo con la globalizzazione dei diritti dei lavoratori?
Proprio nel Paese di Mao e della Rivoluzione culturale, per uno strano sberleffo della storia, Capitalismo e Comunismo che per mezzo secolo si sono odiati a morte ed hanno tenuto il mondo sotto scacco atomico, oggi lì, nelle loro versioni peggiori, hanno stretto un patto luciferino in nome del profitto sfrenato e a danno dell’individuo e della sua dignità.
Forse è troppo tardi ma ... se la Politica riprendesse a governare l’economia (e non viceversa…)

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